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martedì 1 febbraio 2011

O parmigiano portalo via

Vedi nessuno piange. Vedi ti hanno detto quella è la porta da chissà quanto tempo, vedi è quella vattene, ma tu niente, se parliamo di porte niente e infatti quanto tempo, oggi 354 tempo. Vai via e non voltarti e non tornare c'è ancora il letto come l'hai lasciato tu. Soprattutto vai via. Se qualcuno obietta forse vi mancherà beh questo qualcuno primo vaffanculo secondo non è vero e non ci serve questo stretching concettuale delle cose brutte che servono soprattutto se non sono cose brutte ma una cosa soltanto e la peggiore. Guarda medesimo qualcuno che questi sono i due minuti proverbiali per un colpo di testo in rete.
Comunque non sei come i morti che lasci il vuoto non ricordo di averti mai visto aprire gli spazi inserirti lanciarti nello spazio con te non se ne va la memoria e neanche i tempi peggiori ma il niente la zolla innocente che siamo. Vedi, vattene, quella è la porta, per una volta la vedi, vedi, non ti vogliamo.

Ti hanno visto in spiaggia col borsone dei cd, Amauri.

giovedì 6 gennaio 2011

Benedizione del legamento

Anche questo sonno mescola le ossa, sceglie il centimetro, la statura
dell'amnesia. Tutto è esposto
alla trazione invisibile, il fiato corto degli dei
che inalano il soffitto. A nulla vale l'agilità del telaio,
la parola al carbonio, l'acqua
senza mediazioni, nel prodigio. (Qui la fine
è una funzione del tessuto, procede dall'amido).

Dunque molte cose sono un'esplosione, più le altre
che arrivano in barella
nello spazio di un taglio. Perciò della tosse credo
più della scossa: invece raduna il buio, la sillaba
dell'infortunio. Svegliarsi allora
è medicare la stanza, sbucare nel secolo.

Più alto l'incarico: tutto accade così fuori – tutto, intendo, rasoterra
in perfetta aderenza, la frizione anatomica
-
non possiamo che ricevere i feriti
dove avviene l'origine e tende
a non scomparire, ma anzi a precisare la cura

questa casa ha un decorso, una condotta clinica.

giovedì 16 dicembre 2010

Coollage

La abbiamo scritta così:
- la abbiamo scritta io e kyuss
- la abbiamo scritta 5 versi per uno, kyuss è più veloce di me, si alzava e tornava e io dovevo ancora iniziare
- non ero tanto capace
- 5 versi per uno significa 2 blocchi-monadi-moloch da 5 versi. poi la compenetrazione, un blocco nell'altro. abbiamo innestato i versi dove ci sembrava più opportuno, con i dovuti aggiustamenti. non mi sono spiegato bene.
- 2 versi jolly, creati nel momento della FUSIONE, per legare cose che evidentemente non c'entravano un cazzo l'una con l'altra
- non è vero, un po' c'entravano
- la cecità è percorrere la vista a ritroso
- venere di MILOS

Ciao. Tanto lo so che non ci siete, tranne Imago. A proposito: attendiamo con ansia, qui, maggiori dettagli sul fuoco dell'araldica.
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L'occhio governa l'attrito, dispone il corpo
in sezioni globulari, angoli sfocati, posture
della schiena – sembra quasi vedere
cioè piegare, mutare le parentesi al volume.
Che il freddo lo si spacchi fino al posto
della radice, o al cuneo esponenziale
di una seduta interminabile, altra
è la natura della resezione; in luogo
dello scontro, la sfera. Chi scrive
si sdraia sulla bocca: per tutto ci sono
capsule di secessione, notizie della luce.
Applicare l'occhio senza che sia adesivo,
ma al contrario il mondo, la guarnizione elastica
vergine e cruda come scogliera, per il solco delle maestranze

venerdì 19 novembre 2010

Misericardia

Ciao a tutti. Siamo sempre io Manuel e lui Kyuss. Quelli veri, come la salamandra.
Qui il risultato precede la somma: la prima poesia riportata è stata scritta a quattro mani. Le due successive sono una rielaborazione del testo originale.
Ora vi spiego. Io Manuel ho sostituito i versi di lui Kyuss con altri versi (versi miei Manuel) nuovi di zecca, e lui Kyuss ha sostituito i miei Manuel versi con altri versi (versi suoi Kyuss). Sia io Manuel che lui Kyuss, inoltre, abbiamo alterato leggermente il testo laddove ritenuto (da Manuel e Kyuss, io e lui) necessario.
La poesia che trovate sotto la lettera R (che sta per Manuel) è quella di io Manuel.
La poesia che trovate sotto la lettera Z (che sta per Kyuss-Daniele) è quella di lui Kyuss.

Ciao (tanto lo so che non ci siete).

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Come una reliquia di mare, il fuoco ai consanguinei
si consegna alla sbarra - dove altrimenti
si riducono le anse, si ammainano le ombre
fino al rintocco dei polsi, la trasparenza che rileva
un calo eidetico, il collasso degli specchi d'acqua, la distanza
che ribalta il sangue, la polarità dei flussi.
C'è una persistenza dell'arco, un improvviso brillamento
percorre il binario della frattura: qui si avvita l'aria
percossa fra i treni e le banchine, indotta a un altro centro,
alla spina della voce. Niente sopravvive al vetro,
niente all'esplosione di una discrasia, e quindi una pioggia
regolare prova l'autenticità del distacco, la fibra inosservata
per l'accrescimento; e allora misericardia,
misericordia delle gole - non altrove si avvera il crampo,
l'accento del muscolo. Lo stesso niente
ora vibra, impatta il tronco, il palato della pagina.

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Z di Kyuss:

Come una reliquia di mare, il fuoco ai consanguinei
scioglie il sedimento; per lo stacco di un cristallo
si riducono le anse, si ammainano le ombre
che hanno lembi più vasti, sanno accelerare
il collasso degli specchi d'acqua; la distanza
di un accrescimento passi dall'incavo: intatta
c'è una persistenza dell'arco, un improvviso brillamento
che parla di una precessione delle stelle, di condensa
percossa fra i treni e le banchine, indotta a un altro centro
come il fiato; non l'inciso, non la distorsione angolare,
niente all'esplosione di una discrasia; quindi una pioggia
regolare, la pietra in cui passavano i nervi e le maree
in accrescimento; e allora misericardia,
misericordia delle gole, se qui si vede il taglio che stende
la sua mano per segnare convalli, le baie in coalescenza.

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R di Manuel:

Questo buio è un difetto del corpo,
si consegna alla sbarra. Dove finisce il contatto
comincia un osso, la sporgenza esatta
delle basi. Così fino al rintocco dei polsi
la trasparenza rileva un calo eidetico, l'onda
che ribalta il sangue, la polarità dei flussi.

L'ago testimonia il peso controluce, percorre il binario
della frattura: qui si avvita l'aria
inclusa fino al centro, alla spina della voce.
Niente sopravvive al vetro, al varco stretto
del fuoco. Perciò un calore uniforme prova
l'autenticità del distacco, la filigrana invalicabile.
Non sentiamo la pioggia, ma un'acqua minore,
una detrazione sintattica, quanto della linea
inaugura il tratto. Non altrove
si avvera il crampo, l'accento del muscolo. Lo stesso niente
ora vibra, impatta il tronco, il palato della pagina.

giovedì 28 ottobre 2010

Midrash delle rimesse

Per estorcere al bicchiere il cartone, le scanalature
flessibili, di tavoli infinitamente risolti nel riscontro
periodico del tappo, la cautela che s’incrocia
sui banconi e più precisamente sul dorso, il sisma
dell’acciaio inox raccolto dentro ai muri, si spostano
le dita, il coinvolgimento: dove procede la separazione
degli involucri, il punto in cui suturano le schiume,
il presentimento della squalifica, la riproduzione
dell’infortunio che si avvera, come credere al fischio?
Niente somiglia alla simulazione, lo svolgimento
di complicità indotto tra la postazione e le buste.
Cos’è questa dizione che si slabbra per rifarsi al piede,
l’evento alla vena, il tuffo nel pieno della traslazione,
lo scivolamento del corpo nel discorso, quanto
l’allungamento sveli una lesione, un’altra fase di caduta
e un bellissimo esterno, l’estremo e il ritorno?
Chiamare al mondo il contatto, quindi vedere
quanto di strano ci liberi l’attimo della discesa
fino allo sbalzo tramortito, il compimento dell’ernia
in tutti gli inguini, l’incrocio di una ribattuta.
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Giustificazione (e, se necessario, ricoeurso):

"Quel che nell'imitazione diventa visibile è, quindi, proprio l'essenza autentica della cosa"

Per dire che la simulazione, insomma, non si configura tanto come possibilità. Piuttosto, come indagine. Esplorare, appunto, lo spettro del possibile, le maglie dell'infortunio, le trattenute, accantonare il ri-serbo, la devozione meccanicistica, trascinare la gamba fino all'anello che non tiene (fatalmente, proprio il TERZO blu). Preferire, una buona volta, l'inesistenza all'insistenza, Dio a Portanova. La simulazione: anche, nelle sue derive estreme: designare i limiti propri dell'immagine, l'impossibilità di replicare la velocità (vale a dire l'impossibilità della stessa immagine di simulare, di dire altro da sé - ad esempio sul dorso nel buio - la mancanza d'aria, la sua bolla di autismo), la scansione che inibisce il pericolo (pensate a Giacometti), la sua insufficienza dinamica, la falsificazione che, di fatto, origina dalla sospensione, dal congelamento, dalla vivisezione frame per frame sui tavoli sterili del laboratorio, la provetta tv, infine, che abolisce l'inerzia chimica dell'evento, la reazione-relazione tra evento e accadimento dell'evento. E viene da chiedersi, anche, se l'evento non esaurisca la propria portata proprio nell'accadimento, e qualsiasi valutazione successiva non sia necessariamente inattendibile (soprattutto: come giustificare un'ulteriore verifica?), incapace di descrivere l'affollamento delle forze in gioco, costretta com'è a forzare le irregolarità in uno svolgimento piano, a frenare il significato cinetico dell'evento fino alla rimozione, alla pacificazione del perimetro. E quindi la simulazione come forma superiore di critica (dove la critica è indistinguibile dall'epicentro, dall'impatto), discorso sull'immagine - e l'immagine, invece, incapace di riferire altro dal cono di luce. Ma, infatti, deferire.

martedì 24 agosto 2010

kawaii k-way (diciamo così)

Mi sono iscritta a scrivere.it, ho comprato un vestito blu, sono stata a Colvalenza, ho regalato Scrostati Gaggio. Sono troppo presa male. Ho scritto una poesia a metà con Manuel, poi.Una poesia d'amore per una ragazza, Annalisa, che sembra brutta a tutti (anche a Manuel) e solo a me bella (no, anche a un'altra mia amica). Certo, ha sempre i capelli sporchi, la frangia unta e le pezze addosso peggio di quelle di Shakk, però è bella.

Come tacuina sanitatis, lì
mentre certamente: ruet machina, sorellina
ti parlerei di notti senza mestrui, di sfere rugginose
della cera che come un imbuto chiude i lacci, della suola traforata
ma niente. Mi si addicono le cose sceme, il leptòs
Come sei bella nel tuo stretching, nei tuoi piegamenti emotivi
solo a me sembri bella
no, questo non va bene
Dunque sei bella, davvero bella, come saresti anche in una poesia di De Angelis
con la pista di atletica e i capannoni. Io ti invoco, icona DIADORA, attrezzatura sportiva
Sei TUTTA la mia vita. Sento che il mondo avviene
nel cappuccio del k-way.
tute di acetato. jersey degli inverni. vestiti blu di jersey aderenti. niente. stai con me.

sabato 29 maggio 2010

far "west"

Ricordo la passeggiata
di Hobbes, le strade premute come cefalopodi - soprattutto di ogni passo
l'origine, la gabbia intercostale. Poiché la secchezza delle fauci
vale come carestia
per queste vie brachiali, percorse ora a un fianco
ora in mezzo al torace, dove
il sangue è reciproco e la sintassi
dispari – il “più bel legame”, il vertice che attira
gli insetti. Un viale alberato, per me, è un cordone sanitario
dove il centro sta per miracolo, mentre i lati toccano
alle epidemie. Per comodità, separo la predicazione
dal contagio - ma decisiva è l'inclusione, la corsa
ai linfonodi. (Le cose più piccole, per esistere
devono eccedere in numero, sfasare il tetto, tramutare la cifra
in effetto). Ma come gestire le gambe, tutto – se il corpo contiene
vuoti ricorrenti
ricavati tra le spugne – come, se accoglie
ogni schiacciamento
e teste enormi. La peste è un'unità
piramidale, affogata dove tutto è più molle - è una camera
sottoscapolare, un tessuto
poroso. E raggiunta la sua sede, trema:
esattamente un budino.

venerdì 21 maggio 2010

Forza Bayer(n)

Perché non è senza difetto agli ingressi, alle acque rimosse
che il siero inocula non la cura ma la terapia, i diversi
momenti, la somministrazione, i prima dopo i pasti – a settentrione
degli altari, la mano sulla testa e nei lavacri
pondera il dosaggio, la sospensione orale
resa al fuoco, ai granuli che avvolgono nel mucchio
i sorsi e il fiato. La posologia depone
la tonsura, butta calce alle spose, al bestiame minuto
dei farmaci da banco, da una sola devozione e lo schieramento
delle compresse minaccia da uno scompartimento, da un vetro
quanti tra noi
non mangino del sangue alle oblazioni incapsulate
ai propri memoriali, perché non agitino i veli
in sinergia alle inavvertenze, alle fessure – queste, espanse
sugli enzimi e non c'è pace
finché resta il veicolo, il bicchiere stravolto

mercoledì 5 maggio 2010

Neppure questa è l'acqua.

Più o meno tutti, qui, sappiamo di Wallace e dell'acqua. C'è questo libro, insomma, che non solo è di Wallace ma ha anche un titolo, e in questo titolo c'è una grande promessa, una promessa ancora più clamorosa della “Storia Universale Dell'Infamia”. Il titolo è: “Questa è l'acqua”. E indovinate? Quella non è affatto l'acqua, neppure lontanamente, è tutto tranne che l'acqua. Per fortuna, però, non è neppure Infinite Jest. (Sarebbe stata l'acqua, forse, se il Wallace in questione fosse stato Richard, quello di Parigi e delle 66 fontanelle). Possiamo facilmente immaginare, tuttavia, che se Wallace avesse preferito all'acqua, non so, il vino, allora più nulla avrebbe separato il suo libro dall'ultimo di Woody Allen, cinico ma pieno di buoni sentimenti e discorsi ai giovani. Questa introduzione è così giustificabile: non ci piace Wallace. A me, al maestro Frank, secondo alcune indiscrezioni anche a Marica, di sicuro ad Enixa. Inoltre, quando a scuola sostenevano avessi un cattivo rapporto con l'acqua, avevano ragione. (Marica ora non linkare la ragazza Diadora solo perché non si lava i capelli, non basta, per l'acqua occorrono maggiori credenziali). Detto questo: io mi sento in dovere, in qualche modo, di riparare al torto subito dall'acqua (ma anche da me e Frank ed Enixa e forse Marica). Mi vedo cioè costretto a tornare sull'acqua.

Poi spero di smettere l'acqua una volta per tutte, come un vizio assurdo o un vestito.

Disclaimer: a un certo punto scriverò “oggi”, così nessuno vorrà accusarmi di essere metafisico o metametafisico o metametacritico o, peggio ancora, famedoro (per precauzione, a proposito, mi asterrò dal citare Lukács. Al suo posto, mi impegno solennemente a citare almeno una volta BATTIATO).

L'acqua, lo sapete, è una realtà che ci tocca tutti (anche se non ci laviamo, nostro malgrado), che ci riguarda da vicino, e questa mi sembra un'ottima occasione per stare attenti e sentirvi socialmente impegnati, proprio come se aveste ancora i capelli lunghi e il quadernone sgualcito di Emergency. Badate: non sto dicendo che vi spiegherò l'acqua, perché l'acqua non si può spiegare, niente nessuno mai (non sto neanche dicendo che i capelli ricresceranno: non ricresceranno). Non proverò neppure a darvi l'acqua, ma tenterò piuttosto di dirvi l'acqua - magari non tutta, magari solo un bicchiere, che sembra una miseria ma vi sbagliate, un bicchiere è, de facto, un ingrandimento dell'acqua, l'acqua messa a fuoco, un primo piano, un particolare, un'acqua al dettaglio e nel dettaglio. Sto dicendo, insomma, che ve lo farete bastare.
Oggi ad esempio c'era un rubinetto, e non bastava girare, serviva tirare, spingere verso l'alto. L'acqua si creava cioè senza i giri, senza accartocciarsi, ma con uno slancio cervicale, si inarcava, si levava come se non potesse esserci acqua senza un soffitto a custodirla, come se il soffitto fosse per l'acqua un garante, come dio per l'etica, o per meglio dire un nume tutelare. Le macchie d'umido.
In tutta onestà, io non so se ciò che ho visto, oggi, immediatamente dopo lo stacco e i giri, è l'acqua, davvero l'acqua, o se invece è un bacino, la stanza premuta in una conca, una lordosi del piatto oftalmico, un accerchiamento olografico, una saturazione di ciascuna cosa ma come dall'interno, un embolo o ancora il sonno, che è una bolla e non si smentisce. Sta di fatto che l'acqua non si può vedere, ma solo avvistare (e avvitare, nel più fortunato dei casi: pensiamo proprio ai rubinetti) e a maggior ragione oggi, che ciascuna America è stata scoperta e nessuno grida più “terra”.
Questa non è solo l'acqua di oggi, ma un primo modo di estrarre l'acqua, che diremo “parabolico”e che sprigiona quasi un'acqua-vapore, che si sviluppa in altezza, un'acqua-boa (sia serpente sia galleggiante) e conclusa in se stessa, perfino autoreferenziale, autarchica, indipendente, un'isola; un'acqua-uovo ermetica, a tenuta stagna, liscia e impermeabile, capace di almanaccare il mondo tubo per tubo, uno stato sovrano, un potere centrale e un taglio dei ponti, la ragione intima di ogni embargo, un'acqua gerarchizzante e giurista e giurata, come un nemico o una promessa, infine costitutiva e, quel che più importa, integra.
Coi lavabi e le manopole, comunque, non abbiamo ancora chiuso. (All'acqua vera e propria, invece, arriveremo solo in un secondo momento). Abbiamo trattato l'acqua verticale, l'acqua analoga alle travi, etc.
Ma va detto che a volte succede il contrario, succede che uno debba spingere verso il basso, esercitare pressione (un po' come accade per il gas), esercitarsi fino all'acqua. Ecco un primo avvertimento: per l'acqua occorre allen(t)amento, non si può arrivare all'acqua impreparati, poiché l'acqua è liquida ma inflessibile e ci ripudia. Questo è un secondo modo dell'acqua, ed è una sorta di pantano, è una condotta più goffa, impacciata, pesante e in qualche modo enfatica; è un'acqua che esaspera la sua uniformità, la tende e la dilata finché non diviene lentezza.
(Un capitolo a parte, invece, meriterebbero i materassi ad acqua, che usano cioè l'acqua come carburante per innescare il sonno, e a dire il vero non si capisce dove finisce l'acqua e dove comincia il sonno, sicché il rischio è quello di dormire l'acqua, e non riesco proprio a figurarmi, a quel punto, cosa potrebbe succedere. Forse il mare. Di Dirac).
Risalendo la corrente, ci accorgiamo che non esiste divario tra l'acqua e una teoria dell'acqua, giacché l'acqua è sempre in teoria e mai in pratica, è impraticabile, come le strade dissestate e la neve. E' anche inservibile nella misura in cui non ammette culti, non può essere venerata, non ha vesti né vestali, si rende inavvicinabile, oppone realmente dighe alle nostre rotte (che sono poi ripiegamenti). Non possiamo toccare l'acqua, l'unica via è immergersi, ed è chiaro che tutto questo avvicina l'acqua a Dio (un Dio senza religione), limitando le possibilità di contatto alla mistica. Dicevamo che non è possibile comprendere l'acqua, che l'acqua è insolubile, e non parlavamo a sproposito: nessuna abduzione, ma piuttosto abluzione; bisogna essere sommozzatori, non logici.

Ma veniamo all'anatomia dell'acqua. L'acqua è quella pellicola, quel diaframma che si frappone tra noi e il mondo e che non è il freddo, o almeno non del tutto. Questa si può dire, a ragione, una buona approssimazione dell'acqua. (La differenza principale che sussiste tra acqua e freddo, e che ci permette di distinguerli con discreta precisione, sta nell'evidenza che l'acqua può essere “aperta”, “chiusa”, “messa”, “controllata”, “buttata”, "tirata" - a me è capitato addirittura di “stringerla”, magari al petto – mentre niente di tutto questo può essere fatto al freddo. Abbiamo dunque sull'acqua un margine di intervento, di partecipazione che col freddo ci è invece precluso). Ma noi vogliamo essere più scrupolosi, vogliamo andare a fondo, vogliamo affondare. Chi tra di voi si è mai imbattuto nell'acqua allo stato “selvatico”, se così si può dire;, chi ha sbirciato l'acqua anche una sola volta, anche di sfuggita, sa che ai lati è squamata, che normalmente ha la forma di una spirale e quando e dove finisce si nota distintamente una coda. Se invece l'acqua è bloccata, allora si compatta, si infittisce, sigilla le scaglie, si contrae, come in preda a un crampo, si carica a molla e sembra sul punto di esplodere da un momento all'altro. E a lasciarci sbigottiti non è mai il contenitore ma il contenimento, questo accumulo impensabile di (es)tensione che si eterna, oserei dire si tramanda, e non si scompone davanti a nulla, neppure ai nostri pigiami a righe, ai nostri spazzolini sciupati, ai tubetti Colgate, e viene da pensare quasi ad una dignità dell'acqua, a un portamento, un contegno. (L'acqua, almeno quella nelle bottiglie, ha un'etichetta vera e propria, fateci caso). L'ipotesi più attendibile, a questo punto, è quella che vuole l'acqua come l'antichità che si conforma (e conferma) non tanto al presente ma alla presenza, non al sito, alla falda temporale, ma allo scandalo. L'antichità infatti non appartiene al passato ma all'inesistenza, consiste nella semplice continuità della scomparsa, cui certamente non si può porre rimedio, poiché la memoria si arrende non già dove è passata la Storia, ma dove la Storia si è stabilita. Non possiamo collocare l'antichità davanti a noi e neppure dietro di noi, possiamo tutt'al più porla sopra o sotto o intorno. (Attenzione: non è una circostanza ambientale, un contesto, è invece un testo, una nota notte a m-argine, un fattore esogeno o, meglio ancora, idrogeno). La faccenda assume quindi i connotati di un assedio, una guerra realmente "fredda", e non di uno scontro - tantomeno di un dialogo. Similmente avviene per l'acqua, che infatti non è in discussione: e se è vero che noi possiamo passare sopra all'acqua, possiamo attraversarla o sorvolarla, occuparcene o ignorarla, è altrettanto certo che l'acqua non passerà sopra a noi, non farà finta di non vedere, e se non laverà (che è altra cosa da “levare”, è più “tirare a lucido”) le nostre colpe, non è detto che voglia graziare anche i nostri capelli. Qui serve un raccordo, una giuntura che ci porti un passo indietro, dall'acqua all'antichità. L'antichità, dicevamo, è questa continua proroga dell'attimo immediatamente successivo, è barare ma fuori dai giochi, muero porque no muero, quello che l'universo sarebbe stato senza il cedimento della creazione. La cosa peggiore, infatti, è quando le acque si rompono, improvvisamente plurali, divise, faziose, quando si scuce la falla e cede l'ordine, il criterio dell'acqua, ed è allora che accadono le cose più terribili.
L'antichità è, anche, un appuntamento costantemente mancato, la vita in rinvio ma a ritroso, questa colonia della morte nella Storia, la morte – è il caso di dirlo – sotto mentite spoglie o, più precisamete, il bastione, l'avamposto da cui irradia i suoi tentacoli. Ma, intendiamoci, non ci tocca, neppure ci sfiora: diversamente, ci sovrasta. (Penso al deus sive natura spinoziano e alle sue increspature – una creatura acquatica - e concludo: deus sine natura).
Io non so se credete ai mostri marini, o almeno al calcare, ma sappiate che i tubi servono proprio a questo scopo, a proseguire la morte come un discorso, a consentire una diffusione capillare non esattamente della morte quanto del suo elemento, del suo pronostico; a permetterne anche un deflusso, una scappatoia – non l'uscita d'emergenza ma l'emergenza dell'uscita. L'accadimento non storico ma istoriato, scalfito, la selce scheggiata, l'amigdala poi conficcata sopra il tronco cerebrale, la visione dell'allarme.
Vi voglio mettere in guardia: la morte per acqua è davvero una storia di commerci, di biremi. Immaginate l'acqua, se volete, come un furbo contrabbandiere macedone, dal momento che l'acqua arriva ma pretende qualcosa in cambio, è assetata (eheh) di conquista, è imperialista, tende ad occupare tutto lo spazio e nessuno può assicurarci che un giorno non reclamerà proprio il nostro.
Niente abissi, però. L'acqua è proprio una forza opposta agli abissi, una tensione del tutto superficiale, l'acqua è anzi sfacciata, è tutta in superficie, sta in alto, più in alto della terra.
Come se non bastasse, tutto questo di norma prende l'esatta forma della nostra vasca da bagno, e allora come trattenere lo sconcerto. (Io mi consolo pensando questo: a quanto ne so, non esistono vasche da bagno con le fattezze di Nayuta). E se pensiamo che l'acqua ammonta a tre quarti della superficie terrestre e, soprattutto, all'interezza delle terre emerse - in particolare i bagni, allora sarà chiara l'entità della minaccia. Per darvi l'idea dell'enormità dell'acqua basti questo: è quasi sicuramente più grande delle balene - anche se di poco.
E' vero, abbiamo preso le nostre contromisure, abbiamo argini, grondaie, canali di scolo, questi tentativi laterali di formare fermare l'acqua, di educarla, disciplinarla, di iscriverla nel piano cartesiano, di cavarne una geografia leggibile. Non sto dicendo la forza della natura, gli uragani e POMPEI. L'ho già scritto, e lo ripeto: distrazione, non distruzione. L'acqua sostanzialmente passa, e così noi. Non si ferma e non si sofferma, non indaga e non studia. Non si muove dal letto e non va neppure agli esami. Sempre come noi. E ora piove, lo giuro, quindi ho finito.


Non penso, in questo modo, di aver sciolto o sezionato o illustrato l'acqua (ma giusto un abbozzo, uno schizzo), perché l'acqua è inestricabile. Non penso di averla esaurita. E nessuno di voi, infatti, lo ha creduto, e mi rendo conto che a questo punto potrebbe essere deludente, ma vedetela così: significa che ne resta in abbondanza, che “ce n'è per tutti”, direbbe Zuccaro (direbbe anche “fatevi sotto che”, prima). Non pretendo di essere stato adeguato, o consono, perché l'argomento lo impedisce. Non vedo come potrei essere appropriato all'acqua. Lo specifico perché si potrebbe pensare altrimenti, si potrebbe pensare che io sia un acque-dotto.
Volevate l'acqua, ed io vi capisco, ma dovrete accontentarvi di un ri-scontro parziale (e non è neppure buona parte, o la parte "buona").
Ciò che mi auguro, umilmente, è di aver corretto quanto era corrotto, quello sgarro all'acqua che parte dai procarioti, passa per Wallace e sbuca direttamente dalle nostre docce. Una cosa da niente, come bere un bicchier di - non preoccupatevi, sembra la fine e lo è. O voi tutti assestati venite all'acqua.

sabato 24 aprile 2010

poesia a quattro mani e pochissimi capelli

io e kyuss. i capelli sono tutti miei, le mani un po' dell'uno un po' dell'altro, vai a sapere.

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la miniaturizzazione del follicolo è una cosa da iperuranio, da paludi. invece significa, spiana le tempie in sezione binaria, un minutaggio
ai riflessi, al suffragio dei cicli
e cioè il momento, il guizzo, la semplificazione che conduce all'acqua, in caduta libera
dai terminali e dai placebo: l'inversione o la vergogna dei bulbi. L'acqua invece si crea negli attraversamenti, ed è clamoroso. sto dicendo: un governo
ai canoni e agli effluvi di caduta, una prova per nuovi reticolati
e a ritroso fino alla presenza, alla parità degli affluenti
Un corso posticcio in condizioni di mancanza, dai fusti ai cerchi impilati, barricati in qualche nodo al pavimento
uno sviluppo costitutivo, e sgombra il temporale occipitale ad anelli, a cristalli liquidi
frangibili dai venti, mai più recuperati: un sagrato di villi (la precedenza è scorrere accanto, defilarsi, un tubo più stretto)
per cui maledire il telogen, l'idraulica, i giunti in espansione: schermata Samsung.
volevo dirlo anche io: Samsung. Alludiamo ai cerchi nell'acqua ai wallpaper di default.

mercoledì 10 marzo 2010

Clima(x)

Come certamente saprete, sono ancora un Poeta e scrivo ancora Poesie. E neppure i titoli sono cambiati, i titoli che non smettono di divertire. Manca didomi.
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L'aria compressa che sale dalle gallerie, dal basso,
che corre dall'abisso agli occhi - e cioè dalle caverne, le stalattiti i soffitti - ora investe il cristallino, la capsula, e all'impatto
è già collirio, goccia. Un primo sortilegio, una patina e non è dolore - ma l'astuccio
che precede il pianto, uno strumento, la cintura di fiato. Le mani
foderate, l'imbocco, una regione transennata, un avamposto alle ringhiere. E il colpo, l'infarto termico dilaga, spalanca questa falla liquida, una congiuntivite dei tunnel. Si innesta come un diaframma
tra le zone del freddo e il mondo, uno steccato del vapore, soprattutto gli occhiali. (La condensa è un ingresso, un'iniziazione ai ghiacci - che, immensi, abitano la montatura. La pellicola, la mucosa
che setaccia l'inverno, e cola. Similmente la doccia, la filigrana del vetro.)
E dunque questa anticamera-antiscivolo, la gomma, le piastrelle e la ghisa
un intero polmone lucente, flessibile, il metallo lanciato
a coprire un arrivo. Voglio dire che a riemergere, con uno sbuffo,
sono io-allegoria, io-termometro - voglio dire le tacche, il (de)grado.
Intercede, per noi, il vento. Siccome ogni atrio e ad ogni ora è un incanto di ombre
e marmi e ancora, fino allo sconcerto - e la morte invece così, nebulizzata, lo smog, la peste-spray e mi piace.

lunedì 1 marzo 2010

i dentici

Ciao a tutti. Siccome sono un poeta scrivo poesie. Marica, il nord è meglio e mi dispiace. Non ho capito bene di Didomi. In realtà ho capito, volevo dire che spero bene.
Questa è una poesia, siccome sono un poeta (Didomi invece è un coniglio e forse non si trova, ma come detto spero di no). Il titolo, inoltre, è molto divertente. Per scrupolo ribadisco che questa è una poesia e che sono un poeta:
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L'acqua è una cosa che dimentico. Aperta. A una sbarra, una colla.
Ma chiudere l'acqua, altrimenti. E' biblico. Voglio dire sacrilego.
Le tenaglie le cesoie, le plastiche. E cioè un'acqua a trazione, un'asta. La morsa lo scafo, la ghiera. E' capillare, ha una struttura, una pianta. Il decumano insomma le centurie. Una civiltà dell'acqua.
Ed esiste davvero e ha un luogo, è l' acqua dei perimetri, cardinale. Infine è presente, prima ancora dei rubinetti, prima, precede la cellula e il serbatoio. E' in anticipo, una colonizzazione.
Si può: ad una parete, alle piastrelle, è possibile. Davvero laccata, uno smalto. Dunque debole, un bottone, avvitata e non solo. Basculante.
Quindi tirare l'acqua, che è come elastica, una fionda.
Non pensavo dell'acqua, eppure è difficile, gocciola. Scorre soccorre. Dei nasi lo stesso. La complessità è proprio un fatto di tubature, tentacolare. Un tragitto dell'acqua, il letto. (I mostri esistono, anche loro, e sono marini o comunque acquatici, dicevamo le piovre, ed è intelligente se pensiamo ai tubi). Sono dove l'acqua è passata.

L'acqua è sempre un'altra, ma non qui. Ad esempio nei fiumi. Invece addomesticata è terribile, è un battesimo, è la mia stanza. Rimane. Un getto. Quando è urbana rimane. Negli appartamenti, e quindi appartata. E' intelligente, di nuovo, per via delle tubature.
Sbriciola il gesto, il pugno, annienta. Fino al paradosso zenoniano, in particolare alle tartarughe. Non esiste forza. L'acqua se è alta, o intorno
ci rende innocui. L'acqua è proprio questa infinita striscia di rese. La storia della rinuncia. La storia maiuscola. Non distruzione, distrazione. Oltre l'acqua, nulla è possibile. Comunque, se l'acqua è una casa, non è possibile e non mi capacito.
Io mai avrei detto prima l'acqua, poi la casa
e prima ancora, prima àncora. Secondo me l'acqua è sconcertante.

sabato 23 gennaio 2010

nobiliare

io e il sire. un ver(s)o a testa (spezzati e divisi, all'occasione, per distribuire il dolore). un falso d'autore. non è divertissement. se non altro perché, in vita nostra, non ci siamo mai divertiti. senza ombra di dubbio. senza macchia. ma abbiamo paura (e per questo siamo santi, non eroi).
navigare è necessario.
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l'upupa imbottigliata è un'altra
- impagliate a stento, lungo i sopori domenicali
rispondono al richiamo e non somigliano
a noi, ritratti per i molteplici compleanni, le comunioni, le patenti
trapuntati nei nostri piumini a schermo, in faccia all'inverno
ma con le dita ghiacciate e la brina
inesplosa. Il pedaggio con l'obolo sotto, una suola,
guadagnare l'ascesa alle acque
superne, le nevi, che ricordano
alle cose il metallo, la membrana minerale: pur sempre
una nascita, l'opposto del principio, un primissimo
dolore delle cime - infine, un satellite.
La misura di quanto ricade, oltre l'ora e la traslazione
è un trasloco di palloni, mongolfiere, una rimonta fino alla febbre
e rimane, segno e paradosso, emblema
girandola e mulinello, alle correnti.
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- ecco, abbiamo scritto una cosa
. da aggiungere alle altre
. forse un giorno ci saliremo sopra
. e raggiungeremo lo scaffale
. dei biscotti

- o la corda

venerdì 22 gennaio 2010

radiocomando e radiografia (in punta di secolo)

i responsabili, questa volta, due (per spartirsi la colpa): io e kyuss, quando io non gli chiedo cose, e lui non mi avvisa che per l'esame è troppo tardi ma si può rimediare ed è quasi tardi anche per questo, ma non proprio, non ancora.

non siamo seri. siamo ieri.

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la macchinina, non il volume
dell'ora in cui si chiudono gli scuri
apre i fari a un rilancio, un cortile - un credo, quasi a svanire, dalla scocca -
ai metri un pistone, un barometro, la cerniera
di nebbia celebrativa, il grilletto, e sia
lo sterzo a centrifuga, sfasciato, le leghe scagliate
e scisse alla stretta delle luci, la torsione di un muro
- se l'allarme è domani, viola di sirene -
quindi i cancelli piegano un nome, un cilindro e ancora
trovo che l'oltre sia telaio e taglio di lamiera
e una valvola dove entrano a taniche, a iniezioni
per chi ne ha cura, in dosi e soglie approssimate, le frizioni
occluse fino alle maniche, alla curva magra del lunotto.

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- chiudere una poesia con "lunotto"!
- si beh, anche iniziare con macchinina è bello

lunedì 4 gennaio 2010

L'orizzonte degli eventi - ovvero lo spazio è freddo, fa freddo anche qui e in ogni caso, se si grida, nessuno ci sente

Non so a voi, ma a me di rado capitano cose. L'altro giorno mi è capitato il mio nome, ma è stato un caso.

Voglio dirvi, anzitutto, che il freddo non finirà mai di sorprendermi. La fisionomia del freddo è così sporgente, pronunciata intorno alle cose e agli eventi, sbalzata fuori, piuttosto che sigillata nel loro recinto. ll freddo è, forse, un assetto delle distanze, il più ampio. (Questo spiega, ad esempio, perché la Russia è tanto lontana*).
Veniamo, però, agli eventi (prima che loro av-vengano a noi - ci si viene incontro, insomma, ben oltre il compromesso. Siamo compromessi, questo sì. Decisamente). 
Gli eventi - i famigerati eventi - discendono, io penso, direttamente dal freddo. Delle cose sappiamo, dopotutto, che non succedono, si succedono. Ereditariamente. E' possibile che la vita - né razionale né, tantomeno, razionata - sia però reazionaria. Conservatrice.
Che la vita conservi se stessa, è facile crederlo. Quanto a noi, invece: è la morte a custodirci. La morte che, infatti, ci risparmia. Non siamo noi che pensiamo alla morte (e nemmeno pensiamo la morte – ultima roccaforte della vita, giacché la morte si può solo vivere), ma la morte che pensa a noi, ci fa da badante (e noi, neppure a dirlo, sbadati).
Se esiste un evento degno di questo nome, infatti, tale evento non potrà che prodursi laddove non v'è anticipazione, né orizzonte. Non si può dare evento che non sia escluso dall'immagine, che non appartenga alla sua propria (e unica?) distanza e non abiti il suo esilio. Ed è il buco nero della morte ad appiattire ogni cosa sull'orizzonte degli eventi, a spogliare il mondo della “rappresentazione”, risparmiando giusto il fantasma del Wille – un poltergeist, ad esser precisi.
L'evento è, più compiutamente, ciò che noi non vediamo (av)venire, ciò che non dovrebbe esserci esattamente là dove non dovrebbe essere, il ribaltamento della profezia, l'impossibilità stessa della profezia e di Dio. Il clinamen, l'esitazione nella pioggia atomica, il singulto minimo della caduta. Nell'evento non siamo tanto soli, quanto ultimi (tanto è vero che esistono solo ultime ore).
L' evento non accade, l'evento cade, piomba dall'alt(r)o. Cose che capit(ol)ano. Una s-venuta (Maria Teresa), meglio ancora uno svenimento - e una sventura, anche.
L'evento non è spettrale e non è fantasmatico, l'evento non è un'epifania. L'evento è, io credo, inchiodato alla croce. E il sepolcro vuoto non è la resurrezione, ma il miracolo della scomparsa. La (s)venuta (il venir meno) che si conferma pre-matura, il sigillo di una morte precipitata. 
L'unicità degli eventi sta nel fatto che esista un solo ed unico evento. Una stessa matrice, che insiste sulla realtà e la (de)forma. Se gli eventi siano, a questo punto, una faccenda seria (come il nome dei gatti), non saprei dire. Di certo, però, gli eventi sono seriali. Come il cibo in scatola e come gli assassini.
E ancora: noi. Noi siamo visti dall'immagine (abscondita), come lo spettro di Amleto, e siamo fatti dai (mis)fatti. Soprattutto, siamo detti dalla parola. Siamo predetti, predestinati. Se il mondo reale viene meno, e così pure quello apparente, allora non siamo nel nichilismo, ma ancora nel lutto. Poiché restano le vittime (quel grido di redenzione che attraversa il cosmo di Anassimandro), le vittime sopra alla Storia e all'eternità e ad ogni ragionevole dubbio. Restano i morti, e i morti sono tutto ciò che abbiamo (io ho anche un macbook, ma non importa).
Per questo motivo non esiste evento che non sia intimamente Dresda o crocefissione (simulacro del simulacro o semplice simulacro). Intendo dire, in definitiva, che l'evento è sempre tragico, lo è strutturalmente (e necessariamente nella misura in cui, privo di aspetto, abita anche la necessità).
Non esiste, dunque, un "tempo" o un "luogo" dell'evento. Gli eventi sono sempre fuori luogo e fuori tempo (una sagoma del ritardo, se vogliamo - anche nell'accezione umoristica del termine), alla stessa maniera dell'ironia. I tempi comici sono, insomma, tremendamente affini ai tempi morti.
Abbiamo davanti, signori, il pessimismo co(s)mico.

Quello che accade - e accade continuamente (in ciò sta il miracolo) - non è altro che il freddo. E non è neppure il nostro freddo, giacché noi, del freddo, siamo incapaci. Il freddo appartiene invece ai morti, è il loro lascito. E' superfluo inferire (ed infierire), a questo punto, che questo freddo dei morti altro non è che la morte medesima. E che il freddo è osceno (\fuori) e sta intorno alle cose come un avvoltoio, ed è il modo in cui la morte si comunica e ci scomunica, ed è anche per questo che la neve è equanime e somiglia alla morte (semper eadem...).

Quindi: prendiamo oggi. Oggi, ad esempio, mi è successa la morte. Oggi e sempre. E questo, infine, è l'inverno del nostro malcontento, ed è sconfinato.

(La poesia è, in certo senso, una cronaca – “in tutto quel che faccio esiste un miscuglio di giornalismo e metafisica” - non già della "dimensione interiore", ma della dimensione anteriore. Uno sguardo all'imbuto degli eventi, al gorgo che stride. Rigorosamente in silenzio, come ad una processione funebre: muti - e d'altronde che uno sguardo parli, e magari dica qualcosa, non s'è mai visto . La poesia che non "combina" niente (neppure io!), ma è combinatoria fino allo scontro e/o all'incastro. Alle uguaglianze che, d'un tratto, si schiudono nel prodigio della divina in-differenza, nella statua che partecipa del "meriggio" fino alle estreme conseguenze, fino all'identità. L'eternità in cui "tutto è deserto",il cucchiaio in cui tutti si è ricomposto, ed è finito. E chi era, forse La Rochefoucauld, a dire: "esistere è differire la morte"? Non ricordo).

Perciò, se mi chiedono degli eventi, io non so che rispondere. A parte questo wall of text intorno agli eventi (fisicamente intorno: una presa in giro, direte voi, soprattutto Luca). Confido, comunque, che il freddo sia arrivato un po' ovunque. Anche nelle vostre stanze.
Se invece mi chiedono delle cose - e di cose-parole, allora mi trovano quantomeno "preparato" (essere preparati agli eventi, se davvero ci sono, è naturalmente impossibile).

Io sono, fondamentalmente, una persona religiosa. Poiché in profondità, dove "tutto diventa legge", non esiste abitudine che non sia liturgia.
L'abitudine è il sentimento che proviamo davanti alle cose. La fedeltà delle cose ai loro luoghi e alle nostre mappe. Un affetto, riconoscimento e riconoscenza - forse, addirittura, pietas. 
Sicché io sono davvero affetto da abitudine. E posso dire che, nell'abitudine, si vive la morte oltre la Storia, oltre la concatenazione (\catena di montaggio, serialità) degli eventi. Si vive (se diamo retta a Derrida e l'affermazione è sempre nel passato - da cui deriva che la parola è postuma) l'aldilà dei "fatti". 
E gli eventi, in ultimo, sono certamente "fatti". Fatti e finiti*.


* con tanto freddo, era impossibile non incappare in qualche freddura. Perdonatemi.

sabato 12 dicembre 2009

lacrymae rerum

"Save me from curious conscience, that still hoards
Its strength for darkness, burrowing like a mole"


dicevi dei gesti
che non hanno mai conseguenza – ma gestazioni, vuoti materni,
placente - l'immacolata concezione
alle colpe - ciascuna cosa inconcepibile, battuta: lo scandalo - la deiscenza
incantata degli oggetti
- e non so dirti se noi o i nostri biglietti
a scatti, dentati – se manovre a vapore
ad un'attesa, un treno, i gettoni di un incubo

ho imparato che il soffitto è una tregua, un chivalà,
tirare il fiato – che il centro popola gli angoli - e le cose, invece, un letargo dei luoghi – lacrymae rerum – ad sub-iecta

dicevi del sonno: una disciplina di suoni
i rapporti invariati, cautelari, la diplomazia dei corpi
(perciò dif-feriamo la morte - che sia biblica,
vendicativa)

siamo la stanchezza progressiva e magnifica e un po' ottusa- siamo gli occhi incollati
di insetticida - il mezzogiorno del dolore, alto sulle alogene – siamo un'educazione
al pianto - siamo una cultura, uno sconforto

sabato 26 settembre 2009

Call me Ishmael

“Gather'd in shoals immense, like floating islands”

Che le balene volino non è certo un mistero. Che somiglino ai dirigibili, nemmeno. Il ventre imbottito di elio, le atmosfere, l'alluminio: in una balena tutto, davvero tutto fa pensare a un dirigibile. Perciò le balene galleggiano sulle nostre teste - ma come gabbiani, portate dal vento, senza muovere un muscolo. Planano dalla ionosfera fino al nostro cielo, così basso, e vengono per noi. E noi a vederle piangiamo a dirotto, perché ci sembrano la pace.
Ma ciò che più ci intenerisce è la loro sbalorditiva somiglianza ai morti. E non mi riferisco solo alla coda, o alla pinne, ma a questa mania di spiaggiarsi, di finire il fiato. Così, oggi, nessuno saprebbe distinguere il canto di una megattera da quello di un morto.
Non è un caso, infatti, che gli antenati delle balene fossero mammiferi, e che venissero sulla terra per partorire. Alcuni cuccioli scavarono tunnel fino al centro della terra, e col tempo divennero placche tettoniche. Altri restarono sulle rive, ed ora sono scogli. Noi stessi siamo i discendenti dei primi cetacei, sfuggiti al riflusso delle acque, alle cieche mosse delle testuggini avviate al mare. Non siamo enormi, è vero, ma siamo stanchi, e la stanchezza è un esito dell'enormità.

Le balene sono, si capisce, animali acquatici. Le spugne cicliche che emergono con uno scoppio, un risucchio verticale. Una parabola, un monito: “noi abbiamo portato l'acqua sulla terra; e cosa possiamo sperare se non che evapori?”. Il Vangelo secondo Moby Dick.
Per noi uomini una balena può essere Avalon o Atlantide, indifferentemente. In ogni caso un'isola, un continente primordiale e immacolato, la placenta sciolta della Pangea. Un capodoglio che si morde la coda. Un eterno ritorno impacciato, l'esatta forma del cosmo.
Quel che importa davvero delle balene, comunque, non è il nome. (Questo vale, invece, per i gatti). Quel che importa è che su di loro grava il silenzio immane del sangue. Sono creature agoniche, stremate da una tenerezza terminale. Tutti gli uomini muoiono in un solo modo: di morte. Le balene, invece, muoiono di peso. Per questo precipiteremo tutti - o, se preferite, coleremo a picco: per il loro peso, in bilico tra gli oceani e i nostri tetti. Una curiosa “fedeltà alla terra”, un tributo alla gravità, la grancassa sfondata degli inizi. L'addome liquido di Dagon, dagli abissi. Tutto è vanità e un rincorrere il vento, certo, ma l'ago della bilancia trema ancora. E sui piatti non troviamo un soffio nel dio, ma un peso di balena, il tracollo delle acque. Le sacche del diluvio pronte a esplodere, l'eredità dei nostri padri che precipita il perdono e ci scorta con la sua mole smisurata, ci tende la sua pinna caudale. Il Leviatano addomesticato.

Infine: è plausibile che le balene si radunino sulla luna con una certa frequenza, assieme a tutti gli altri oggetti. Dall'Oceano Pacifico al Mare della Tranquillità, in un tonfo di sonno. E così spieghiamo le maree: quando le balene nuotano sulla luna le acque si ritirano, per poi alzarsi al loro ritorno.
Per questo motivo le balene sono davvero palloni aerostatici, mongolfiere lunari, palpebre allagate di stanchezza. E si fanno carico del nostro sonno. Poiché il sonno di una balena è sempre spaiato, sacrificato ai polmoni, al respiro volontario. Una veglia inesausta, lo stillicidio dei sommersi. Giacchè nel sonno non c'è peso. Come nel mare, come sulla luna.

Questo, signori, è quanto ho visto delle balene, almeno per oggi. Come direbbe il buon Claudio, nessuno ha mai visto una balena, perché nessuno ha occhi abbastanza grandi. Già Agostino, d'altronde, ha spiegato quanto sia vano tentare di mettere una balena intera in una buca. E noi, nelle nostre credenze, non abbiamo che cucchiaini. Buoni per il thè, per lo zucchero e i dosaggi.
A noi resta la consolazione che, fino a quando esisteranno animali immensi, avremo un'ombra sotto cui nasconderci, un rifugio.
Anche se ora non sembra. Anche se ora, nonostante le balene e i dinosauri e gli elefanti, siamo solo brutti, e moriamo di sete.
Anche se domani – lo sappiamo bene - è il peggior domani di oggi.

venerdì 4 settembre 2009

Grati ai gatti

E perciò il tiro, lo scoppio
la garza mite che annoda
e assolve - il timpano, un riflusso di cloro.
Ci basta il fondo, il tifone
spuntato in solaio - lo schianto
delle chiavi, nella toppa. Le città (se le finestre)
come onde di sale, il silicio impennato, le travi
- e non può scendere.

Il piombo vuole prima il punto euclideo, poi la carezza
di un vecchio - infine, sui laghi, distrutto - l'ammaraggio acceso
nel buio, la casa, la fame
annientata – non c'è tregua se chiudi gli occhi
e la stanza non vuole, si muove – se ogni cosa è viva
sulle zampe.
(Il patto è sceso qui, tra noi,
in punta di freni).

Perciò ora è una fine, da occhi
di murena: tutto ciò che passa
è buono – se non si ferma - non la velina
sulle colpe, la copia carbone del sangue
schiantato
– ma la scorciatoia delle pupille,
una tana di anguilla.

E allora, se le cose cadono, è per colpirci
come divinità cartesiane, un mulino
– poi Epicuro ride, ai bordi - e non smette
da quando è morto.

E' tanto triste: questi giorni, le funi, e nemmeno un gatto
che ci accompagni.

giovedì 27 agosto 2009

Lettera sull'estinzione dei dinosauri

Il led del videoregistratore, questa notte,
mi è sembrato un fantasma. Ora dinosauri a fascicoli
e miniature della X Fretensis – mai dipinte,
nonostante i buoni propositi – sono un invito transitorio
per le anime dei salvati. Ed è un miracolo
che le coperte fino al mento separino
i vivi e i morti - dove altrimenti le mani i piedi
nudi crescerebbero in numero – poi non basterebbe
la stanza.

Tutti abbiamo un materasso, e temiamo
si perda - tra colossi di scaglie e amianto
- nell'epopea scalza
delle orme - temiamo
soprattutto il freddo - come tutte le cose
nella clemenza del rifugio.

Vi dirò del sonno
che è una resina mesozoica
e la resa dei mobili, squamata - poi altro – un canale
della trachea, o una varietà
dell'estinzione.
Probabilmente, la fine di un'era geologica
- la processione di bestie enormi e tristi
e lente – i nostri unici amici – retrivi
e senza più un artiglio.

Dei dinosauri ricordiamo i volti di gorgone,
le corazze intatte - le mandrie curve
nel passaggio della fine. Da allora
sono racchiusi, tutti, in gemme d'ambra
- e capita tornino, soli tra i giganti
per far vacillare gli assi, e la terra.

(Un dinosauro è sempre il rovescio
di una testuggine, il terrore straordinario
che accresce i mansueti)

Le loro code di iguana
frustavano l'aria - ma così immense -
perchè la morte potesse, un giorno
trovarli ovunque.

Così il mercurio nel suo grado - le placche
blindate - e il giorno avanza
tra le pietre e la sabbia
e la mistica manichea, anche - negli spazi liberi
dove i nomi cedono per un pasto
e un passo di rettile sfonda
il torace delle ore.

lunedì 10 agosto 2009

Conviv(i)o

Non i rostri avvelenati dal pianto, non le ombre i chiostri
dei conventi – ma le nevi immobili, le gambe dei vivi, i minuscoli animali
che abitano le nostre stanze

e dalle edere i morti – accorciati e acquatici - ricomposti
dalle fionde ai minerali
il loro equivoco, i lanci pregressi e il tempo a scacchi
nei corridoi
- questo secolo e questo balcone, in mezzo alle strade
fuori.

Nei colli di bottiglia
liquidi, atterriti
uno strabismo di luci
- il mondo fasciato dalle acque
fluviale, nei vetri del riposo

Perciò abbiamo fortezze e solitudini
squilli di tromba
per chiudere i primi cassetti, all'alba, con il solito gesto
nell'aria di pioggia
che sprigiona i reduci

I venti ci troveranno, rapidi – e così le voci,
il soffio del cannone
come un sonno
nel fondo di ghisa, dove tutte le creature dormono
grazie a dio

Poi l'attesa
che avvicina ai morti – le alghe sommerse
i cetacei immensi – la loro supplica
profonda e bassa
sotto i nostri bastioni

ma da settentrione, vi dico, verranno i Tartari
e le grandi piogge, e l'alluvione.