Visualizzazione post con etichetta Evitabile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Evitabile. Mostra tutti i post

giovedì 17 settembre 2009

Le Trippe di Poliu Gnorize

Poliu Gnorize ed io abbiamo grossomodo la stessa età. Difatti lo conosco fin da quando andavo a scuola. Mentre io andavo a scuola lui sbrigava lavoretti per conto dei negozianti del quartiere. Lo vedevo la mattina che si affaccendava attorno alle bancarelle a tirar su i pacchi e le cassette. Talvolta, la mia aula ricordo aveva delle grandi finestre, riuscivo a scorgerlo per la via mentre correva a sbrigare commissioni. Capitava anche che svolgesse mansioni per il bar del rione e allora ogni tanto lo vedevi anche per i corridoi della scuola a portar su per le scale caffè ai dirigenti. Quando poi capitavano giorni che nessuno avesse bisogno di lui, Poliu Gnorize trovava lo stesso il modo per ricevere la sua paga, magari con inghippi poco ortodossi. Era un bravo ragazzo, in ogni caso, solo era assai povero. Sia di danaro che di intelletto. Ricordo che all'uscita dalle classi, quando anche i negozii della zona ritiravano la baracca, noi scolari incontravamo sempre Poliu Gnorize ancora in giro per la strada. Lo salutavamo ridendo e scherzando e si finiva sempre per portarlo con noi a spasso in quei pochi momenti dove, prima di ritornare a casa, si usava andare in giro a divertirsi comprando caramelle, liquirizie e zuccheri filati, facendo giri sulle giostre e acquistando i giornaletti quotidiani con i fumetti. Ora noi scolari, chi più chi meno, usavamo per questi divertimenti i soldi che i genitori ci davano per il pranzo, mentre Poliu, l'incauto Poliu, utilizzava per divertirsi con noi tutti i soldi che era riuscito a guadagnare la mattina. E non che fossero pochi, mi raccomando, semplicemente Poliu spendeva senza badare al ritegno tutto ciò che aveva in tasca. Egli era sempre colui che al momento del ritorno aveva mangiato più dolciumi, aveva girato più giostre ed in tasca aveva più giornaletti. Soprattutto i giornaletti erano oggetto della sua scialacquatezza: non ve n'era uno che Poliu non acquistasse per se. Ed era in compenso tuttavia colui che si divertiva di più.
Negli anni successivi va confessato che non intrattenni mai particolari rapporti con Poliu Gnorize e anzi, quando il quartiere cominciò a riempirsi di quegli immigrati che tanto ci angustiarono all'epoca e andava degradandosi più di quanto non fosse già degradato prima, persi ogni contatto con lui in quanto mi trasferii, come altri, con i miei. Lo ritrovai soltanto una quindicina d'anni dopo, quando tornai nel rione prendendo ad abitare questo mio piccolo appartamento e a dire il vero fummo piuttosto felici di ritrovarci, come possono essere felici due sopravvissuti ad un'epoca accomunati esclusivamente da ciò. Mi resi conto che la maturità non era stata clemente con Poliu, ora alto ed incurvato come se la sua gracilità gli impedisse di ergersi correttamente. Parimenti il viso era lungo e scavato ed era imbruttito da un pizzetto ispido e lungo che egli si ostinava a far crescere. Chiacchierando venne fuori che non solo l'aspetto di Poliu Gnorize era peggiorato. La sua scarsa oculatezza nei confronti del denaro e degli affari era diventata quasi proverbiale nella zona ed egli non era oggetto di continue truffe soltanto perché non aveva i soldi per cui essere truffato. Una volta mi trovai a passare per la sua abitazione e da allora raramente oso lamentarmi per il cattivo stato del mio appartamento. Poliu abitava in una stanza seminterrata, umida, sporca e con solo due sottilissime finestre. Nella stanza si trovavano un materasso con qualche coperta adagiati per terra su un due assi di legno, un basso tavolinetto tarlato con sopra un fornelletto a gas e qualche rimasuglio di cibo. Posata a terra si trovava anche una lampada, sempre a gas, in quanto durante gli ultimi lavori nel palazzo la stanza di Poliu era malauguratamente rimasta tagliata fuori dalla rete eletrica. Infine, per tutta la stanza, lungo le pareti ed in mezzo sul pavimento, c'erano accatastate innumerevoli ed altissime pile di giornali a fumetti di ogni foggia e pubblicazione, catalogati con insospettata perizia. Poliu Gnorize, ebbi modo di concludere, non era assolutamente cambiato dai tempi della sua infanzia.
Fu la conoscenza così profonda di questi aspetti per cui mi stupii sommamente quando, incontrato lo Gnorize al mercato dietro un carretto di trippa, chiacchierando mi disse che era lui il proprietario di quell'attività. Poliu Gnorize impiegato nelle trippe? Poliu Gnorize investitore? Che avesse tenuto nascosto al mondo intero per tutti quegli anni di come anche lui in realtà fosse capace di ricavare un reddito durevole? Di dove si era procurato il denaro per mettere in piedi un' attività? Si, pur modesta come può essere il gestire un carretto di trippe, ma pur sempre un'attività. Non riuscendo a trattenere la mia curiosità chiesi informazioni al riguardo allo stesso Poliu. Lo trovai molto felice della domanda, e mi diede appuntamento per quel pomeriggio in un bar del rione promettendomi spiegazioni.
Ecco dunque giungere il pomeriggio e ritrovo Poliu Gnorize effettivamente seduto ad un tavolino del bar indicatomi, intento ad ordinare al garzone qualcosa di fresco da bere. Che capovolgimento! Mai, davvero, mi sarei aspettato di vedere un giorno il povero Poliu seduto ad un cafè per bersi qualcosa e chiacchierare. Ruppi gli indugi e mi feci dunque avanti.
“Poliu, Poliu! - salutai – Eccomi qui, infine!”
“Oh, mio carissimo e speciale amico, accomodati, allora, ti prego!”
E dopo esserci abbracciati ci sedemmo. Chiacchierammo piacevolmente di cortesie ed io mi feci portare un'acqua tonica per rinfrescarmi, tanto era lieta l'atmosfera. Venimmo poi, sempre assai lietamente, al dunque.
“Poliu, piuttosto, dimmi un po' allora com'è che sei finito a tirare quel carretto di trippe che t'ho visto al mercato.”
“Ah, gran cosa questa, Aristandro, gran cosa davvero!”
“Dimmi, dimmi, ti sarai fatto prestare i soldi da qualcuno, un fortunato ritrovamento?”
“No, no...”
“Un amante, allora! Hai incontrato qualcuna che ti sostiene?”
“Nemmeno, nemmeno”
“E cosa, allora, Poliu? Non riesco proprio ad immaginare! Quale meraviglia...”
“Lagrime, Aristandro, proprio una meraviglia: lagrime!”
“Lagrime?”
“Lagrime! Ascoltami che ti racconto. Eccomi l'altro giorno che passeggio per i giardini e ad un certo punto mi capita di sottecchi un giornale, aperto sulla pagina della cronaca mortuaria.”
“I morti?”
“Si, i morti. Allora per curiosità mi metto a leggerlo ed ecco che chi ti vedo? Morto Perone Discene, per fame. Capisci? Perone morto per fame!”
“Non lo conosco, chi fu questo Perone?”
“Ci dividevo la stanza! Non m'ero nemmeno accorto che fosse morto! Venni poi a sapere che l'avevano portato via gli altri condomini mentre io dormivo. Ogni giorno lo vedevo buttato li, accasciato contro le pareti e mi limitavo a dirgli il buongiorno e la buona sera, ed ecco che lui mi muore! Lì per lì non me ne importa gran che, poi però rifletto sull'argomento e mi rendo conto che anche io conduco la stessa vita di Perone. "Forse che anche io morirò di fame come lui" mi dico? Vengo colto così da un'indicibile angoscia e corro a casa per piangere. E piango, Aristandro, piango disperato e proprio piangendo ecco che mi viene incontro la salvezza!”
“Quale salvezza?”
“Le mie lagrime, le lagrime di cui ti dicevo! Cadendo a terra, esse si trasformavano in trippa!”
Ero sbalordito, dunque le trippe che vendeva Poliu al mercato erano frutto delle sue lagrime? Incredibile, riusciva financo a venderle!
“Ecco dunque che mi sono sistemato, vendo le trippe e mi tengo da parte qualcosa, poi mi mangio il rimanente. Ah, come sono felice!”
Ed era davvero felice. Era così felice che mi spiacque davvero molo dover dire ciò che dissi. Ecco dunque le mie parole.
“Poliu, quello che dici è molto bello, ma devi renderti conto di un fatto. Ora che sei felice, non piangerai più, e se non piangi per la disperazione non potrai più avere le tue trippe”
Era vero, e anche Poliu Gnorize se ne rese conto. Lo lasciai che, scioccato dalla scoperta, ancora piangeva a dirotto.

sabato 1 agosto 2009

Il bollito di Guna Leuche

Il settimo giorno del mese, il signor Leuche, Guna Leuche, impiegato in tubature, si svegliò nel suo letto. Sveglio nel suo letto indossando il pigiama che s'era abbottonato la sera prima. Nel suo letto con indosso il pigiama e una morbida pelliccia bianca. Nel suo pigiama indossando una morbida pelliccia bianca e stropicciando un dolce musetto da coniglio.
A differenza di quel che pensate voi, la cosa è degna di essere riportata poiché il signor Leuche non era un maniaco che la notte si coricava indossando costumi perversi. Il signor Leuche s'era effettivamente trasformato in un coniglio.
Subito l'animale si divincolò dalle vesti oramai inadatte e saltò sulla sedia messa ai piedi del letto, di dove penzolavano un paio di pantaloni e qualche camicia. Il signor Leuche controllò dunque se era vero che i conigli avessero una zona preclusa alla vista innanzi al naso.
Era vero.
Fermo sulla sedia, avvoltolandosi in una delle sue camicie, Guna Leuche affrontava la situazione con insospettata tranquillità. Aveva letto un libro riguardo una situazione somigliante, tempo prima, e d'allora s'aspettava un suo possibile coinvolgimento in una vicenda simile.
Lo stesso non si può dire della donna delle pulizie che trasalì alla vista del coniglio quando entrò nella stanza alle undici e venti circa.
“Non si preoccupi signorina Sorgo, non si preoccupi, si calmi! - esclamò l'uomoniglio – Sono io, il signor Guna, non mi riconosce?”
“Oh, signor Guna, m'ha fatto prendere un bello spavento, sa? Adesso però mi deve fare il favore di scendere dalla sedia, che devo rassettare.”
Guna Leuche fece come gli veniva così cortesemente chiesto e scese dalla sedia. Anzi, fattosi passare un cappello dall'attaccapanni se ne uscì addirittura dalla stanza e andatosene in messo alla strada si mise sornionamente a passeggiare osservando curioso le cose dal suo nuovo punto di vista conigliuto.
“Oh, ma guarda un po', il portiere ha i pantaloni bucati in mezzo alle gambe... Oh, ma guarda un po', il giornalaio in realtà indossa scarpe di un diverso colore... Oh, ma guarda un po' – pensava – il salumiere tiene i capperi direttamente a terra...”
Dopo un po' che gironzolava, Guna Leuche incontrò il suo amico Malacase al quale raccontò divertitp della sua situazione.
Malacase prese allora in braccio Guna Leuche e corse a far vedere la cosa a tutto il circondario: al fruttivendolo, al tabbachino, al lampionaro, alle comari, al pollaiuolo, ai tre portieri dei caseggiati, a tutti i suoi amici e conoscenti che lì abitavano e anche ai pensionati del circolo sociale che avevano piazzato lì sette anni prima.
Si stabilì che se Guna Leuche adesso era un coniglio non aveva più senso trattarlo come una persona, che le sue cose andavano ridistribuite e riassegnate e che anche egli stesso andava ridistribuito e riassegnato, magari alla cacciatora, ma si sarebbero accontentati anche di un bollito con patate.
Rumorosamente Guna Leuche fu portato in tribunale. Ecco un estratto della difesa:
“Il signor Leuche, fino alla scorsa giornata impiegato nelle tubature, ha da sempre svolto un lavro apprezzato e ben eseguito all'interno della nostra comunità. Intratteneva anche numerose relazioni sociali nonostante fosse vedovo ormai da diciassette anni, giovando all'allegria della gete ed alla sua produttività. Il venerdì mi ricordano che rispettava sempre il suo turno di colletta per i vecchi del settimo piano. Inoltre, anche se avvolto adesso da una morbida pelliccia bianca, il signor Leuche non ha perso il suo spirito, come ha dimostrato con le sue simpatiche battute durante il giuramento sulle quali anche la corte ha riso amabilmente.Inoltre, tra pochi giorni sarebbe andato in pensione, il signor Leuche, e se ora è impossibilitato a svolgere il suo lavoro tra due settimane non sarebbe comunque più stato tenuto a farlo. La difesa chiede dunque che il signor Guna Leuche, il quale non certo per sua scelta è diventato coniglio, sia assegnato come mascotte del circolo per i pensionati del suo quartiere.”
La difesa fu molto toccante, tanto che tutto il pubblico che assisteva all'appello si mise commosso a singhiozzare, poi commosso a protestare ed inveire ed infine commosso a picchiare le guardie all'interno dell'aula tra urla molto alte e sempre molto commosse.
L'aula fu fatta sgombrare e dentro rimasero solo i pubblici ministeri e Guna Leuche, che come è ovvio che sia fu poi portato nelle cucine del tribunale e servito bollito con le patate alle sette e mezza in punto.

venerdì 31 luglio 2009

Il vento di Meteomicrone

Caro Aristandro, in questo momento se la persona che più sento vicina, l'unica a cui potrei indirizzare questa lettera.
È un momento molto difficile, il mio, desidero metterti a conoscenza di un segreto che mi porto dietro da molti anni ormai, e che da qualche giorno mi causa particolari e gravissimi problemi. Ti prego dunque di leggere questa mia lettera con la dovuta attenzione.
Devi sapere, caro Aristandro, che i miei piriti bucano i tessuti. È esattamente così, sicuramente non te ne sarai accorto poiché ho avuto molta cura di tenere la cosa nascosta, soprattutto alle persone che più mi stavano a cuore. Non ho dubbi che la cosa possa tuttavia risultarti assai strana, per cui procederò per gradi, ti narrerò innanzitutto di come si manifestò la prima volta in me questa particolarità, poni attenzione.
Ero allora giovane di sedici anni, l'età ormai definibile come lontana quando il primo avanzare dei veri sentimenti li rende imprevedibili, esotici e possenti come le mandrie che corrono in quelle lontane praterie di cui già parlammo talvolta. Anche io, per l'appunto, ero stato travolto dalla carica di queste tenaci emozioni e mi azzardavo per la prima volta a placarle portandole a dissetarsi a quell'abbeveratoio che doveva essere Pressimene, mia dolce amica già dalla tenera infanzia. Avendola dunque già frequentata da parecchio tempo ed essendo molto in confidenza con lei presi rapidamente la decisione ed essendo anche piuttosto, per l'età, inesperto nel daffarsi, decisi parimenti di non perdermi troppo nei corteggiamenti e di presentarmi celere alla fanciulla nella mia vera forma di desiderio.
Ora, quando anche tu certamente ti sarai ritrovato a manifestare per la prima volta il tuo desiderio all'oggetto tuo, ricorderai come avviene una grande emozione, quasi un groppo di varie tonnellate posato sulla schiena che impedisce molto facilmente di spiccicare parola. Ecco, io riuscii a superar l'ostacolo e le cominciai a parlare come ero solito fare, tuttavia mantenendo sia gli intenti che le difficoltà. Ad un certo punto del discorso, mentre sto per decidermi a sbrogliare il nodo, per la forte apprensione veloce ma silenzioso mi sfugge un pirito. Eravamo all'aperto e si passeggiava lungo un vialetto di campagna abbastanza solitario dunque non mi preoccupai più di tanto della cosa, anche perché ero molto concentrato sulle parole da dire quando, per seguire il moto di un uccello in volo, Pressimene si volta indietro e con sorpresa osserva che per terra, dietro di noi, ci sono dei brandelli di stoffa ove poco prima v'era solo polverosa ghiaia!
Non c'è bisogno che t'interroghi, erano si stoffe provenienti dai miei pantaloni, e non ci volle molto perché Pressimene se ne accorgesse, con mia grande sorpresa e ancor mia più grande angoscia. Non ti racconto nei dettagli i momenti successivi, poiché provo ancora una grande vergogna nel ricordarli. Ti basti sapere che da quel giorno ogni mia flatulenza mi è costata un ricambio di biancheria.
Col tempo, già prima di conoscerti, imparai a studiare la frequenza di queste fuoriuscite, la loro aggressività nei confronti dei diversi tessuti e pian piano riuscii ad adattarmi alla cosa. Devi sapere dunque che io sono ben più magro di come mi conosci, poiché indosso infatti costantemente sette mutandoni di lana invernale sotto i pantaloni, e ciò è causa anche di quei “problemi miei di abbondante sudorazione” di cui spesso sono stato costretto a raccontarti mentendo. Non prendermi adesso come un bugiardo degno di disprezzo, era in fondo una cosa piuttosto imbarazzante ed effettivamente non necessaria alla nostra frequentazione. In ogni caso desidero chiederti scusa, anche perché ora vorrei chiudere questa premessa che va dilungandosi anche troppo cascandomi giù da gradini stilistici.
Dopo la spiacevole vicenda avuta con Pressimene non provai più ad avere relazioni approfondite con coloro verso cui nutrivo interesse, un po' per paura ed un po' perché ero preoccupato maggiormente dal problema dei buchi, alla fine mi ritrovai abituato alla situazione mia solitaria. Due giorni fa, in mattinata, mi ritrovai tuttavia ad un appuntamento con una donna molto simpatica da me conosciuta in teatro. Difficilmente potrai conoscerla, si chiama Esticontrona e talvolta recita per diletto in quelle commediuole che gli attori di scarso successo fanno interpretare per mangiare persino ad attori non professionisti come lei. A dire il vero non era la prima volta che mi vedevo con questa signorina, ma era accaduto sempre assieme ad altre persone e da pate mia non v'era mai stato un particolare interesse nei suoi confronti, almeno fino a quando, tre giorni fa, non ricevetti un invito da parte di Esticontrona per vederci, noi due da soli, in mattinata per prendere un caffè, farsi una passeggiata e, soprattutto, farsi quattro chiacchiere e divertirsi un po'. Nonostante non ci fosse nulla di particolarmente sconvolgente fui turbato parecchio da quell'invito (come avrai intuito il mio animo non è abituato affatto nel trovarsi solo al cospetto di una ragazza) e tuttavia accettai, non riuscendo per la restante parte del giorno a far altro che pensieri sempre più approfonditi su Esticontrona, tanto che arrivai all'appuntamento della mattina successiva molto teso ed agitato, indubbiamente pieno d'emozioni.
E ora capisco, ahimè, la causa del mio male! Appena cerca di parlare di qualcosa con Esticontrona eco prorompere dal basso della mia schiena un fragoroso rumore come tuono di temporale, e non come la prima volta, ma stavolta molto intensamente, sento i sette mutandoni di lana e i pantaloni strapparsi uno ad uno come si sfracellano i pontili posti dentro a un nubifragio! Non ho mai vissuto una vergogna simile, fu come se quell'attimo durasse ore, come se il rumore rimbombasse e si riproducesse con echi, ed alla fine eccomi lì, al centro della via di fronte al bar più frequentato con i pantaloni e sette mutande di lana sbrindellate e penzolanti, con ogni singola pupilla puntata su di me!
Anche Esticondrona mi guardava con il viso deformato dallo sgomento, ma subito, sia maledetto il suo essere uno spirito felice, essa non resistette al proprio animo e dalla deformazione dello stupore passò allo stupore della risata ed assieme a lei il viale intero. Fuggii e da quella mattina sono due giorni che sono chiuso in casa senza uscire né vedere nessuno, solo con le mie flatulenze che ora non smettono un solo istante di rumoreggiare tempestosamente. Già quattro volte i vicini sono venuti a bussare curiosi ed io li ho scacciati via malamente, accompagnato dal solito e orribile rombo.
Ora mi ritrovo a scriverti questa mia, Aristandro, perché ho bisogno di prendere una decisione. Aspetterò il prossimo passaggio dei vicini e chiederò loro di imbucare per me questa lettera, dopodiché andrò ad appendere una delle robuste corde che tengo in casa alla trave del mio soffitto e mediterò se sia o meno il caso di porre fine a questa mia sfortunata e ventilata vita. Ti prego dunque, quando avrai ricevuto e letto questa mia missiva, di porre pausa ai tuoi affari e precipitarti qui da me. Se mi sarò cascato giù con la corda appeso, avrò bisogno di qualcuno che mi tiri giù e mi organizzi un modesto funerale, e vorrei chiedere a te d'assumerti questo spiacevole onere. Se invece avrò giudicato cattiva questa idea che ora vengo d' illustrarti, avrò probabilmente bisogno di qualcuno che mi consoli e che mi tenga compagnia recando con se un paio di damigiane di quel buon vino che tu conosci tanto bene.

Grazie,

Tuo Meteomicrone.

domenica 19 luglio 2009

La grattugia di Turi Zampene

Prosegue

Quando questa mattina mi sono svegliato ho subito sentito suonare alla porta. Le malelingue potrebbero asserire che invece io mi sia svegliato proprio perché stava suonando la porta, e che non fosse mattina, ma fossero passate già le quattro del pomeriggio e anche, potrebbero asserire, che quel poveretto che suonava fosse stato li ad aspettare più di mezz'ora. Ma non è vero. In primo luogo, questa gente a cui piace tanto parlare è solita far terminare la mattina alle undici, mentre tutti sanno che essa è di molto più larghi confini. In secondo luogo, colui che suonava dietro la porta non era affatto un poveretto. Era invece Turi Zampene, che la gran parte di voi sicuramente avrà avuto modo di conoscere in qualche sgradevole occasione. Quest'uomo, che si diletta nel commercio dei salumi, dicevo, mi aspettava dietro la porta, e quando gli aprii ancora lo trovai a suonare mollemente il campanello con aria vagamente annoiata.
“Che ti succede, Turi? - gli chiesi, vedendo che sulle spalle portava uno zaino dalle dimensioni abbastanza preoccupanti.
Zampene si aggiustò i capelli e si fece accomodare nell'ingresso.
“Oh, Aristandro, nulla di che... passavo.
Turi, che conobbi all'età di ventisette anni, è un uomo infido. Dopo che gli ebbi aperto la porta e lo ebbi fatto accomodare in casa mia si tolse il suo grosso zaino dalle spalle e, posatolo a terra, ne estrasse una grande forma di parmigiano ed un certo numero di grattugie.
Turi era un uomo pratico, si arrotolò le maniche della camicia, si prese una sedia e vi si sedette sopra, mentre dalla porta ancora aperta entravano suoi uomini recando carriole e formaggi. Gli uomini entravano, depositavano le forme e riuscivano, portandosi dietro le carriole. Uno di questi si tirò via anche le tende. In tutto questo Turi si adoperava per grattugiare tutti i formaggi che gli venivano portati e mentre grattugiava sudava e i lunghi capelli gli ricadevano dalle spalle davanti gli occhi.
Fuori dalle finestre, in strada, un inopportuno gruppo di giovanotti cantava i cori dell'armata rossa e ben presto Zampene si accodò con grande spirito, sempre continuando a grattugiare.
Mi resi conto che non potevo oppormi alla situazione e me ne andai in cucina, pensando a quanto fossi fortunato a non essere amico di Turi Zampene.
Sul tavolo della cucina erano casualmente posati dei fogli e mi venne voglia di scrivere, ma non trovavo nessuna penna. È una cosa che di solito mi irrita molto, ma lì per lì non me la presi, anzi, andai anche ad aprire il frigorifero sorridendo e facendo qualche battuta sorniona sugli avvocati.
Ora, qui tuttavia ho delle difficoltà a continuare. Del resto , chi non ne avrebbe se, mentre si sta cercando una penna a sfera si vede del parmigiano grattugiato entrare lentamente dalla porta della stanza? Fu quello che vidi io. Era Turi, che in salotto aveva continuato a grattugiare formaggio e che ne grattugiava ancora adesso, ridendo come un folle. Solo, non aveva ancora toccato la forma di parmigiano tirata fuori dallo zaino.
“Turi! Turi, santo cielo! - esclamai mentre avanzavo per il salone ormai totalmente ricoperto di grattugiato – Turi, mi dispiace molto ma debbo lasciarti, tornerò più tardi.
Indossai il cappotto ed ero indeciso se portarmi o meno anche il bastone, ma una risata di Zampene mi risolse e presi con me quello sormontato dalla testa di un caprone. Mentre ero impegnato a salutare sotto l'arco della porta, venni urtato da uno degli uomini di Zampene che usciva con la carriola e fu una fortuna, perché ero molto imbarazzato.