[...]
finire in preda ai denti di chi? l'attrazione
che ritorna è la terra dove siamo in troppi
all'unica richiesta; e se spiegarsi è fare attese
una ad una e portarle via, quando saremmo usciti
dalle nostre case? un riguardarsi curvi e vedersi
come mani; e sono ancora rotte le nostre mani
tese a estrarsi per le ossa come figli, rese estranee
ad ascoltarsi perché parto di argilla non sia fatto
dal taglio; che per tutto questo Amos abbia visto
dal crollo del santuario fino all'annichilazione
è proprio perché diritta è la malattia che viene
dal giunco migliore, dal discendere lungo sangue
mai versato se non per l'arresto dei tempi: non
fidarti di chi non risponde mai al padre, veglia
sul pianto, dimentica fermandosi di voce in voce
*
(i tratti di questa eucaristia sono di un lividume
ciclotronico – i masoreti e le aggiunte lasciano
Qumran, unico maschio di un dio celato alla
pigrizia degli addii, dei salti in parti uguali –
è olivastro, spinge e non porta a bruciare, prende
altro genere di radici, raggio di un'unica salute)
Allah è grande alle quattro di notte e poco dopo
si ferma la voce inserita nell'impianto dei minareti,
preregistrata – chi vende l'incenso fissa le bilance –
ma non si annega a En Gedi prima che alla porta
di Damasco nell'ora di preghiera, pronti al digiuno
la sapienza non grida per le strade, non grida a noi
almeno, se non si nega nei fermi del traffico
o nel sabato finanziato degli ebrei – sempre troppa
l'America rimasta ai quattro poli – o i giorni
di Ramadan che portano il presagio, le adunate
notturne collettive scoperchiate dalla gola
dei muezzin, da supino all'osso degli addii
di un'unica salute nell'attimo che tiene l'ombra,
che si ritorce invano dalle mura, spegne
il simulacro, la cessazione degli occhi.
*
(meditare come la forma delle mani riprenda il lato
di un ritorno delle luci al Verbo, nella sola incarnazione
fatta ombra, rimessa al posto originario della voce
lasciata qui, in questa pietra, meditare come
la forma delle mani, stanza riaperta per un figlio,
il netto che segna la luce nella sola divisione
che ci fa ombra, che propende al tempo originario
della voce, lasciato qui, in queste pietre, meditare
come la forma delle mani, la stretta che qui
si è allargata, vetta per l'antro che ci ha fatti
ombre, inchiodata, sospenda il vento originario
della voce, lasciato qui, in questa pietra...)
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venerdì 3 settembre 2010
mercoledì 28 aprile 2010
Il bel marinaretto e altre storie della buonanotte
Ora, prima, guardavo alla televisione una cosa del Parlamento e mi dicevo che proprio non vale la pena, mi dicevo che è tutto finto come si dice a qualcuno quando ha paura dei film dell'orrore, è tutto finto. Mi dicevo che è tutto finto perché non ci credo, che le cose succedano fuori da questa stanza e arrivino strisciando la lingua sul pavimento come Filippide, a ragguagliarmi sull'esito di battaglie ben poco interessanti, e io posso rispondere sì, va bene, e tornare a controllare la produzione delle celle di energia in qualche videogioco, che così si guadagnano i soldi, nel videogioco. Non ci credo, Grecia o non Grecia, la Grecia di ieri e quella dell'altroieri, le persone possedute dagli dèi - indiarsi, numen inest, robaccia, Dante non piace a nessuno - che è la versione arcaica e pura e completa e nonebraica, nonduale del perdono tramite Cristo: perdono tramite assenza, ecco. Io non ci sono, non ci saranno i miei figli, non c'erano i miei avi sul balcone con i loro occhiali tondi, non erano lì, perdònati o Signore perché sei stato tu. Io, vedete, scrivo sempre le stesse cose e sono grato a Manuel e quegli altri due che non mi ricordo come si chiamano perché loro scrivono cose diverse e sommando tutto facciamo quasi mezza persona, diciamo un invalido di guerra. Sono grato, in realtà, a queste persone perché ho visto che la fila è lunga e sono tornato a casa, come faccio sempre agli esami, visto che ho sonno e c'è tanta gente. Gli altri, voi lo sapete, Sartre diceva che l'inferno sono gli altri: io poi dico che Sartre era un marxista, ecco, e che l'inferno qui risiede nello scioglimento dei nodi pragmatici, nella diluizione della storia. Io dico, forse proclamo, che c'è un solo crimine ed è il furto: ci siamo spartiti come ladroni, voi sapete. Ecco, guardavo quella cosa del Parlamento e pensavo che qualcuno mi ha scippato la storia, ma Sartre era un marxista e io no, io non sono un marxista, quindi io torno a dormire senza nemmeno allacciarmi le scarpe. Voi lo sapete, la mia Postepay scade nel Giugno del 2015: ecco da dove stilla la tristezza. Pensavo che ho quasi ventisei anni, questa volta, e i gradini del treno tornano a dimensioni naturalissime, pratiche, e che in tutta la mia vita non avrò mai più paura di cadere. Pensavo che è tutto finito. Scusate se non vi rispondo, intendo voi che scrivete i messaggi, ma non vi rispondo. Intendo proprio, scusate se non vi rispondo ma non vi rispondo. Mi annoio a morte e ogni volta che scrivo ne esce uno stream e voi lo sapete che lo stream è buono giusto per le ragazzine sedicenni occassionalmente gotiche e a volte no, raramente gnocche, ma non certo per qualcuno che ha santificato la propria irrilevanza. Un giorno, dico, mi siederò davanti a questa tastiera e scriverò una poesia, intendo un'altra. Vorrei dirvi, voi che avete letto, che non c'è niente di bello al mondo, non c'è mai stato e non ci sarà mai. Vorrei dirvi, voi che avete letto, di non mangiare dalle mani degli uomini e di stare attenti al veleno che sprizza in archi liquidi sopra i cancelli. Poi non so più niente, ho smesso di leggere i libri finché l'ennesima esplosione non li stamperà sulle pareti come ombre atomiche, e lì rimarranno e allora basterà la pietà e non la forza. Pregate che moriamo tutti il prima possibile, pregate.
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